giovedì 18 novembre 2010

Se nulla è vero, come dice Eco, perché i “Protocolli” sarebbero falsi?


“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010).

Ma il discorso merita di essere approfondito. Eco tiene ad assicurarci che nel suo romanzo nulla è fantasioso, ma tutto è storico, tranne la figura del protagonista, Simonino Simonini, l’unico personaggio inventato, che però “è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi” (p. 515). Per la verità, il geniale falsario Simonini, “incapace di nutrire sentimenti diversi da un ombroso amore di sé, che aveva a poco a poco assunto la calma serenità di un’opinione filosofica” (p. 103), ci appare come una sorta di controfigura dello stesso Eco. Il punto è che, ne “Il Cimitero di Praga”, Eco non si limita a sostenere la falsità di opere come i “Protocolli dei Savi di Sion”, ma è convinto della falsificabilità di ogni documento storico. Simonini – scrive – “ci teneva ache i suoi falsi fossero, per così dire, autentici” (p. 428). D’altronde, “chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi” (p. 121). Ma se nessun documento è, in sé, vero, tutti i documenti sono, almeno potenzialmente, falsi e se nessuno è certamente vero, di nessuno si può dire che è certamente falso. Per dire infatti che un documento è falso, occorre che ve ne sia almeno uno vero, il che non è, non tanto perché non esistano di fatto documenti veri, quanto perché, per Eco, la verità stessa non esiste in sé. Con ciò arriviamo al punto centrale del discorso di Eco: un relativismo assoluto che pretende dissolvere non tanto la verità filosofica quanto quella fattuale, che costituisce la trama oggettiva della storia.

Le radici di questo relativismo stanno nel nominalismo medioevale, che non ha niente a che vedere con la Scolastica, ma ne rappresenta il momento di crisi e di decadenza. Umberto Eco si è formato alla scuola tomista e ci ha consegnato uno dei migliori studi sull’estetica medioevale (“Il problema estetico in san Tommaso”, Torino 1956). Da allora però la sua deriva intellettuale ha seguito il percorso che dal nominalismo (di cui ha fatto l’apologia ne “Il nome della Rosa”) conduce all’illuminismo.

Dell’illuminismo torinese del Novecento, tanto bene analizzato da Augusto Del Noce, se Norberto Bobbio costituisce la versione neokantiana, Eco incarna quella neolibertina, più dissacrante, ma anche più coerente di quella dei “padri nobili” azionisti. Eco spinge il suo relativismo al punto di considerare correlativi vero e falso, non solo sul piano filosofico e morale, come voleva Spinoza, ma anche su quello fattuale. Ma se il falso storico è indistinguibile dal vero, solo la parola del falsario e dei suoi complici potrà attestare la non veridicità del falso. Con ciò Eco restituisce dignità storica ai “Protocolli dei Savi di Sion”, perché se tutto può essere falsificato e nulla esiste di certamente vero, la verità non è altro che la maschera soggettiva dell’interesse.

E’ vero ciò a cui il documento attribuisce verità. Se, come scrive Eco, “non c’è che parlare di qualcosa per farla esistere” (p. 385), c’è da chiedersi se definire falso un documento è sufficiente a metterne in dubbio l’esistenza e, di conseguenza, se il suo libro contribuirà a diminuire il numero dei lettori dei “Protocolli dei Savi di Sion” o non contribuirà piuttosto ad aumentarli, stimolandone la morbosa curiosità.

“Il Cimitero di Praga” è l’apologia implicita di quel cinismo morale che segue necessariamente all’assenza di vero e o di bene. Nelle oltre cinquecento pagine del libro non c’è un solo impeto ideale, né figura che si muova spinta da amore o idealismo. “L’odio è la vera passione primordiale. E’ l’amore che è una situazione anomala” (p. 400) fa dire Eco a Rachkovskij. “Odi ergo sum” (p. 23) ripete Simonini, a cui Rachkovskij insegna cinicamente che “mentre si lavora per il padrone di oggi bisogna prepararsi a servire il padrone di domani” (p. 499). E tuttavia, malgrado le figure spregevoli e i fatti criminosi di cui il libro è infarcito, manca nelle sue pagine quella nota tragica che sola può far grande un’opera letteraria. Il tono è piuttosto quello sarcastico di una commedia in cui l’autore si fa beffe di tutto e di tutti, perché l’unica cosa in cui veramente crede sono i filets de barbue sauce hollandaise che si mangiano da Laperouse al quais des Grands-Augustin, le écrevisses bordelaises o le mousses de Volailles del Café Anglais di rue Gramont, i filets de poularde piqués aux truffes del Rocher du Cancale in rue Montorgueil.

Il cibo è l’unica cosa che esce trionfante dal romanzo, continuamente celebrato dal protagonista, che confessa: “La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso. Forse un’impronta che mi hanno lasciato i preti” (p. 24). Eco è tecnicamente un grande giocoliere, perché si prende gioco di tutti: dei suoi lettori, dei suoi critici e soprattutto dei cattolici che lo invitano nei loro convegni alla stregua di un oracolo, dimenticando che al “quid est veritas” di Pilato, Gesù Cristo risponde con le parole “Ego sum via et veritas et vita” (Gv, 14, 6), affermazione esclusiva e sfolgorante pervicacemente negata da tutti i relativisti, da duemila anni a questa parte. “Il Cimitero di Praga” costituisce una conferma, a contrario, dell’esistenza di questa verità, senza la quale tutto è privo di senso e di significato e si spalanca per l’uomo l’abisso dell’orrido, senza possibilità di riscatto.

(di Roberto de Mattei)

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