mercoledì 20 aprile 2011

Gli è rimasta la forza cieca, si sta perdendo l’italia


Ma Silvio Berlusconi lo sente o no il lamento delle migliaia di professori e magistrati che l’hanno votato e non vorrebbero smettere di farlo? Non è così che uscirà sano dalla tempesta, non polverizzando il sistema linfatico e l’apparato osseo della cosa pubblica (l’insegnamento e la giustizia); non cannoneggiando il Quirinale; non convalidando il prolasso delle viscere militanti che, come zeloti moderni, evocano il brigatismo e gli anni di piombo. Da quasi vent’anni sappiamo che non si può reclamare gravitas da chi non ce l’ha, e il Cav. non ce l’ha. La sua forza sta nell’abbattimento di ogni mediazione protocollare, nel dire l’indicibile e nel fare l’impossibile (o a volte soltanto prometterlo).

In mancanza di concorrenza decente, stabilito che il suo anarchismo è preferibile all’anti Stato rappresentato dalla sinistra dei senza patria e da una borghesia rancida, priva di radici e coraggio, è venuto naturale giudicare Berlusconi come una febbre salutare. Ma adesso? Adesso il cappio delle procure d’assalto, i latrati del circo mediatico e gli sputi degli ingrati stanno trasformando il Cav. in un ossesso. Le sue buone ragioni – e sono ancora numerose – lo ammalano; e così nell’uomo che vinse al grido di Forza Italia è rimasta una cieca forza taurina e sta scomparendo l’Italia. In altri tempi gli avremmo chiesto di onorare la maestà della Patria in ogni sua forma, foss’anche quella degenerata di un togato in cattiva fede. Oggi comprendiamo che la posta in gioco è per lui altissima: la libertà di non finire in galera e di non vedersi espropriare dei beni famigliari dai soliti amici dei nemici. Sicché l’Italia viene dopo: primum vivere, deinde rem publicam gubernare. Finora avevamo ritenuto indispensabile il contrario: per sopravvivere come cittadino il premier non può fare altro che reggere degnamente la cosa pubblica.

Non abbiamo cambiato idea, temiamo però che si sia modificata la natura delle parti in tragedia. Né i buoni né i cattivi hanno più un disegno da offrire a se stessi e al teatro circostante, che non coincida con la resa senza condizioni del nemico. E’ vero, il Cav. ha dalla sua l’aura del perseguitato. Ma agli occhi della storia, vincitore o sconfitto, dovrebbe rifulgere sopra tutto colui che si è posto lo scrupolo di non lasciare dietro di sé macerie e briganti.

(di Alessandro Giuli)

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