giovedì 28 giugno 2012

Itaca e la destra. All'ombra di un sogno trasformato in cenere


Itaca è una metafora pericolosa. Nel 1946 Italo Calvino la utilizzò, sulle colonne dell’Unità, per raccontare “il mito del ritorno a casa: il dover tornare a casa su mezzi di fortuna, per paesi irti di nemici. E’ la storia degli otto settembre, la storia di tutti gli Otto settembre della Storia”. Un’interpretazione suggestiva, non fosse che Ulisse e i suoi intraprendono il loro viaggio verso casa al termine di una guerra vittoriosa in terra altrui, il solo Ulisse si salva, e di Otto settembre, purtroppo, “la Storia” conosce solo il nostro.

Quella di Calvino era la lettura sentimental-consolatoria di un Paese. Una quindicina d’anni dopo, Luigi Comencini la codificò da par suo nel magistrale Tutti a casa. Ve lo ricordate? “Colonnello, è successa una cosa incredibile, i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci stanno sparando addosso” diceva concitato al telefono il tenente Innocenzi con la faccia di Alberto Sordi. Per esorcizzare il dramma, ci andavamo specializzando nella farsa. Nel tempo è diventata una seconda pelle.

Itaca è la destra, dicono in molti, più o meno compunti. Nel 1997 scrissi un pamphlet che si intitolava Per farla finita con la destra, e insomma sul tema credo di avere già dato. Se ci ritorno è perché sono uno fedele alle amicizie e quella con il direttore di Totalità ne fa parte.

Storicamente parlando, la Destra in Italia non è mai esistita e se si guarda bene l’Italia fu fatta nonostante la destra, quella reazionaria, quella del trono e dell’altare, quella codificata dal Congresso di Vienna… Nella storia di Francia c’è de Maistre e l’elogio del boia, in quella nostra preunitaria c’è Monaldo Leopardi, l’ultimo spadifero: non è la stessa cosa…

La Destra storica, si dirà, quella è esistita, e ci portò al pareggio del bilancio. Se qualcuno si accontenta di così poco, non sarò così crudele dal negarglielo, anche se aveva più a che fare con la geometria parlamentare che con i principi. Curiosamente, è quella che da Indro Montanelli a Marco Travaglio, passando per Michele Serra, viene sempre citata come punto di riferimento di una vera destra moderna, non populista né cialtrona, tantomeno trasformista (povero Giolitti). Sfugge come un’Italia analfabeta, dove non c’era il suffragio universale e si votava per censo possa essere presa come punto di riferimento di una rinnovata modernità, ma nella foga polemica, si sa, noi italiani non ci facciamo mancare nulla.

Fascismo, il convitato di pietra della nostra storia

In Italia la destra è stata una foglia di fico. Serviva a celare il frutto proibito del fascismo, risultato indigesto dopo una ventennale consumazione, eppure l’unica creazione politologica indigena, insieme con i Comuni e le Signorie, il che dovrebbe far riflettere. Nel panorama politico del Novecento, il fascismo è stato un po’ come la statua del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart: ingombrante, minaccioso e letale. Strozzò nella culla un sistema democratico-parlamentare fragile e impreparato alla modernità: le masse e i partiti di massa, l’industrializzazione, la politica delle grandi potenze.

Si sforzò, e fallì, nell’impresa di far coincidere una gloria universale con una politica nazionale, ciò che Mario Missiroli definì la grandezza e la tragedia italiana: una nazione piccola incapace, per la sua storia pregressa, a rassegnarsi a un piccolo ruolo. Era come avere un metabolismo da ricchi in un corpo da poveri.

Il fascismo portò con sé l’antifascismo, ma anche, e sopratutto per l’Itaca di cui si parla, il neofascismo. Non bisogna nascondersi dietro un dito: politicamente parlando, destra era l’etichetta per cercare di smerciare un prodotto altrimenti invendibile. La Destra nazionale, la Costituente di Destra, la Grande Destra, la Destra degli Italiani, tutti loghi, tutti marchi, tutti brand fasulli, il trionfo del tarocco…

L’antifascismo intanto fece l’Italia. La fece nella logica calviniana sentimental-consolatoria e a suo modo cinica, ma la fece. Un Paese senza ambizioni nazionali, però faticatore, un po’ Arlecchino e un po’ Pulcinella, per far dimenticare il Capitan Fracassa e Matamoro finito in tragedia, individualmente simpatico, ma senza carattere, da amare, ma senza prendere sul serio. I partiti chiamati a rappresentarlo, la Democrazia cristiana e il Pci, erano del resto il contrario di un partito nazionale: il primo prendeva ordini dal Vaticano, l’altro da Mosca. Dal 1948 al 1989, da noi fu più importante, come potere, gestire il ministero delle Poste che non il ministero degli Esteri.

E’ questa Italia ad aver fatto gli italiani. Quanto all’altra, minoritaria e sconfitta, minoritaria perché sconfitta, politicamente sterile, si adagiò fra il mugugno, la rassegnazione, il rifiuto. Individualmente fece la sua strada, professioni, commerci, riuscite sociali ed economiche, ma non rappresentò mai un’alternativa: era il mondo dei vinti, popolato di revenants, di fantasmi, e aggrappato all’idea di un Paese più immaginario che reale: le vecchie zie di longanesiana memoria, gli ufficiali in pensione, il decoro borghese, le poesie imparate a memoria… Il suo elettorato si consumò fra il Msi e la Dc, il primo per spaventare la seconda, la seconda per tenere sotto tutela il primo, ruota di scorta da usare, sino alla fine degli anni Cinquanta, ruota bucata e inservibile dopo…

Se volessimo essere sinceri con noi stessi, dovremmo dire che fu questa la Destra del Paese: qualunquista e conformista, nostalgica, bigotta e clientelare, timorosa del nuovo, aggrappata al vecchio, né reazionaria né conservatrice, semplicemente per lo status quo, senza passato e senza futuro. L’unica che abbiamo conosciuto.

La destra senza più il nemico

Poi ci fu la caduta del Muro di Berlino, la fine del comunismo, il venir meno del bipolarismo e con essi  l’intero sistema della cosiddetta Prima repubblica crollò. Si era retto perché c’era una conventio ad excludendum che inibiva il Pci dal governo nazionale, pur non negandogli il potere locale, ma questo significava un sistema di fatto bloccato, senza alternanza e con un centro ondivago, con una parcellizzazione delle forze in campo che faceva di partiti minuscoli gli aghi della bilancia di alleanze eterogenee, il tutto con l’occupazione manu civili dei partiti sulla società, uno spreco di risorse, un aumento del debito pubblico, della corruzione e dell’inefficienza, un moltiplicarsi di governi e di crisi di governo (governi balneari, governi monocolori, governi delle larghe intese, governi programmatici, governi di solidarietà nazionale, più di quaranta in quarant’anni…).

Negli anni Novanta, l’Italia si ritrovò così a essere un Paese da rifondare. Non c’era nulla che valesse la pena conservare, non c’era niente di cui piangere. Il crollo delle ideologie toglieva inoltre peso ai giudizi e ai pregiudizi garanti del precedente potere: essere corrotti era peggio che essere fascisti, essere comunisti non era più un titolo di merito, essere democristiani tornava a significare non essere niente… Schematizzando, era l’Italia antifascista che era giunta al capolinea, l’altra, lo abbiamo detto, si era chiamata fuori dal gioco condannandosi per di più alla sterilità politica: un partito inutile, incapace di qualsiasi elaborazione critica.

L’Odissea, in fondo, cominciò allora. Si partì per la guerra, ma già con i Proci in casa, più preoccupati a vendere quei pochi gioielli di famiglia rimasti che a forgiare le armi per la battaglia. Si scambiò Berlusconi per Agamennone, o, più semplicemente, sbagliammo ancora una volta l’acquisto dello straniero…

Dalla sua Berlusconi aveva il pragmatismo. Era il figlio, o forse il fratello, data l’età, di quei personaggi della commedia all’italiana che sono la fotografia dell’Italia del secondo dopoguerra: strafottenti, bugiardi, ruffiani, simpatici, inaffidabili, gli eroi del Sorpasso, della Voglia matta, di In nome del popolo italiano… Con in più però il successo, elemento non secondario, e sufficiente sensibilità per capire che si era chiuso un ciclo e che davanti si apriva una prateria per chi sapesse e volesse cavalcare.

E i nostri greci? Il minimo che si possa dire è che erano inadeguati. Si erano cullati nel rifiuto della storia, e ora la storia gli cadeva sulla testa. Non avendo mai fatto i conti con il proprio passato, ne erano diventati la caricatura e in più non erano mai stati in grado di prepararsi un futuro. A disagio nel “libera tutti” della fine delle ideologie, gli mancava la duttilità e la pazienza per costruire un soggetto nuovo. La spocchia e la presunzione tipica di chi confonde la tattica con la strategia, ne accorciava ancor più la vista; la voglia frenetica di esserci, di partecipare alla vittoria, fece il resto. Per arrivare più velocemente alla meta, si spogliarono di tutto. Nudi alla meta, appunto.

Cosa resta dopo vent’anni

Vent’anni dopo (il doppio dell’Iliade), che cosa resta? Un pugno di ex ministri. E’ scomparso un partito, e con esso un’identità, e per la maggior parte si è confluiti obtorto collo in un contenitore più vasto. In quell’arco di tempo, l’alternativa alla Prima repubblica si è rivelata fallimentare: niente riforme, la dignità nazionale ridotta a solita malinconica operetta, il Paese più o meno spaccato a metà, un numero elevato di concubine, qualche cognato e molti sicofanti, l’Italia consegnata mani e piedi a un governo di tecnici non eletto. Più che a Troia,  si sono accampati a Roma e c’è chi ha messo le tende a Montecarlo.

Però c’è sempre Itaca, dicono. Ma non è vero, e se anche fosse vero non ne ho nessuna nostalgia e me ne ero andato tanti anni prima proprio per questo. Era sterile, non vi cresceva nulla e in fondo non era casa mia. Ci ero arrivato navigando, come succede a chi va per mare e sa che i porti sono un male necessario. Non mi piaceva l’Italia, non mi piaceva l’immagine dell’Italia che mi veniva raccontata sui libri di storia, ero figlio di un’epoca che non sentivo mia, i gusti della maggioranza dei miei coetanei non mi appartenevano.

Ero antimoderno ancora prima di saperlo, ero scontroso, orgoglioso, timido e solitario. Appartenevo a una generazione che non aveva fatto a tempo a perdere una guerra, e però mi sentivo più in sintonia con i vinti che con i vincitori: l’orgoglio della vittoria mi ha sempre fatto orrore, ma è difficile rassegnarsi alla sconfitta senza neppure aver avuto il tempo di combattere…

Così, per quel poco che può contare, ho cercato di invertire la tendenza. Credo che la storia di una nazione la si debba assumere per intero, non la si può scegliere, come si fa con la carne o la frutta al mercato. Bisogna accettare il bene e il male, farne tesoro, ricavarne una lezione, meditare su grandezze e miserie. L’esatto contrario di quello che ha fatto l’Italia, che infatti resta un Paese fragile, compiaciuto quasi dei suoi difetti al punto di trasformarli in pregi.

Per fare politica occorre cultura

Ora, per fare politica, bisogna avere un’idea della politica, ovvero un’idea di ciò che si vorrebbe essere, altrimenti si fa del minuto commercio, si vivacchia, “si lavicchia”, avrebbe detto Totò… Ecco, noi continuiamo a lavicchiare e anche il berlusconismo è stato, alla fine, un accontentarsi sempre e comunque di lavicchiare… Per fare politica nell’ottica di cui sopra (per l’altra c’è Lusi, c’è Di Pietro, c’è Fini, mettete voi i nomi che volete, sono interscambiabili), ci vuole cultura.

Le Signorie, i Comuni, il Risorgimento, furono un fatto culturale prima che politico. Lo fu anche il fascismo, e Mussolini fu il primo politico del suo tempo a poter visitare una mostra d’arte futurista sapendo di che cosa si trattava. Ci era nato dentro, ci era nato insieme, ne parlava la lingua. Lo è stato il comunismo, quello originale e quello import-export (e per restare all’Italia lo sappiamo bene): è quella semina che produsse il successivo raccolto, e l’essere poi appassito non inficia il valore di quello sforzo.

Fra le due guerre prima, per mezzo secolo dopo, il comunismo è stata una straordinaria arma di seduzione intellettuale e i suoi residui passivi ancora permangono. Se si vuole, anche il berlusconismo ha avuto una sua cultura, l’essere in sintonia con un’epoca: la tv commerciale e i nuovi media, l’apparire, il successo tutto e subito, il liberismo spinto, il culto del corpo e della giovinezza, l’impresa e non l’impiego, il privato e non il pubblico…

C’era un’Italia stanca di una recita politica, economica, sociale che non portava da nessuna parte: il berlusconismo le diede l’illusione del cambiamento. Se dopo si ridusse a lavicchiare, come dicevo prima, è perché era una cultura troppo light, preferiva l’accordo, voleva la logica del consenso, praticava l’acquisto più che la convinzione. Ma questa è un’altra storia, anche se c’è da chiedersi come, e in che modo, in quest’altra storia stessero i suoi alleati greci.

Le coordinate di Itaca

Se nei miei vent’anni mi è capitato dunque di ormeggiare a Itaca, l’impressione, quarant’anni dopo, è che non sia cambiato nulla: le stesse taverne, gli stessi avventori, gli stessi piatti e gli stessi vini con risse annesse, le medesime puttane. E’ quello che capitò agli émigrés dell’Ancien Regime, scampati alla Rivoluzione francese e tornati in patria dopo Napoleone. Niente avevano imparato, niente avevano dimenticato.

La parola Destra è un mantra salvifico, vuol dire tutto perché non dice più niente, è un palliativo nei confronti dei nostri fallimenti. Si critica tanto l’illuminismo progressista, ma il tradizionalismo della destra è speculare: il primo insegue sempre il bene futuro dell’umanità, il secondo compiange sempre le tenebre in cui l’umanità è caduta. Peccano entrambi, anche se in maniera diversa, di irrealismo, ma la destra ha l’aggravante di un’atemporalità che la rende sterile.

Atemporalità. Sento già l’obiezione, e vorrei mi fosse almeno questa volta risparmiata. Sono qui per un dovere d’amicizia, l’ho detto all’inizio, e quindi i principi, gli archetipi, il mondo della tradizione, di grazia, vorrei se ne facesse a meno. Li do tutti per buoni, li accetto a prescindere: ma, è un modesto consiglio, se volete far politica dovrete farne a meno. E’ zavorra, non andreste da nessuna parte.

C’è comunque chi dice che destra e sinistra abbiano ancora un senso, siano discriminanti in virtù dell’atemporalità appunto della prima, della prosaica modernità della seconda. Proviamo a fare qualche esempio.

L’eutanasia è di destra o di sinistra? E la procreazione assistita? Si deve stare sempre con l’Occidente o si accettano anche le ragioni dell’Oriente? Si esporta la democrazia liberale con le armi o si pensa che ogni nazione debba scegliersi la propria strada? Siamo con i mercati per la globalizzazione o riteniamo che le frontiere abbiano ancora un senso? Vogliamo più industrializzazione, oppure puntiamo alla decrescita? Difendiamo la famiglia tradizionale o ci apriamo alle coppie di fatto? La cittadinanza per ius sanguinis o anche per chi ci lavora e paga le tasse? E l’omosessualità, e l’ideologia dei diritti dell’uomo, e la laicità dello Stato?

Le destre che stavano a Itaca nella mia gioventù, lo dico con cognizione di causa, erano interessanti intellettualmente, ma innocue politicamente. Facevano parte di un combinato disposto a cui il neofascismo offriva una dimora, scomoda, ma pur sempre una dimora. Lì potevano anche azzuffarsi e polemizzare: erano all’ombra di un sogno tramutatosi in cenere.

Adesso che anche quella cenere è stata spazzata via, bisognerebbe reinventarsi tutto da capo e, diciamoci la verità, nessuno è in grado di farlo. Vedo sbarcare in quel porto greci che in questi ultimi vent’anni si erano finti americani, o che vent’anni prima, appunto, si erano venduti al più potente alleato, oggi da loro sbeffeggiato.

Vedo greci duri e puri che esibiscono le loro dubbie decorazioni, ma tengono nascoste nel cassetto le onoreficenze e le prebende  che intanto intascarono: direzioni, posti, premi, incarichi, programmi… Perché poi in questa guerra di Troia  non c’è quasi più nessuno, fra quelli che ora a Itaca vorrebbero svernare, disposto ad ammettere di averla combattuta per conto terzi e per il puro bene proprio.

Il Cavaliere è tornato a essere il male, loro sono tornati a essere gli idealisti di sempre, crociati dell’idea. Poi dice che uno si butta a sinistra, per dirla ancora con Totò, principe della risata e principe, visti i tempi, della politica.

Vogliamo dirlo che è stata anche la fiera degli ossimori. Anarchico conservatore. Fascista libertario. Democratico individualista. Teorico del proporzionale presidenzialista, liberal comunitario, comunista nazionalista, populista aristocratico…. La fantasia, ammettiamolo, a destra non ha mai fatto difetto.

La miopia politica e culturale genitori del disastro

C’è stata una miopia politica? E’ una domanda talmente retorica che quasi me ne vergogno. E però, per averla posta, e per avervi dato una risposta in termini assertivi, non ieri o l’altro ieri, ma nel 1995, me ne dissero di tutti i colori, per usare un linguaggio  forbito. Solo che non ci voleva una mente particolarmente brillante, bastava infatti la mia, per accorgersi che quei greci di Itaca andavano incontro al disastro: bottini di battaglia, ma non la vittoria, e tantomeno la conquista di una moderna Troia.

Sarebbero scomparsi, come infatti è avvenuto.

C’è stata una miopia culturale? Idem come sopra, ma vale la pena di soffermarcisi, sia pure in breve. La classe dirigente politica, senza offesa, era mediocre, eterne seconde file che solo la falce dell’anagrafe portò insieme e d’improvviso alla ribalta. Erano i gregari a vita e di una vita e le eccezioni, si sa, confermano le regole. Aspettarsi di più avrebbe avuto del miracoloso, ma i miracoli sono merce rara: dopo lo sdoganamento berlusconiano, anche in cielo c’era chi aveva diritto al suo riposo.

C’erano però gli intellettuali. Dal 1994 al 1998 ho avuto una tribuna privilegiata. Dirigevo le pagine culturali del Giornale, berlusconiano, certo, ma di un Berlusconi appena sceso in campo con un’armata Brancaleone dove c’era di tutto: residui socialisti, spezzoni democristiani, leghisti e nazionalisti,  fascisti, neofascisti, postfascisti e libertari… Non starò qui a fare un’esegesi culturale di quegli anni, ma la delusione, quella sì, è un qualcosa che va sottolineato.

Mi ritrovai collaboratori per i quali il fascismo non era ma passato, altri che dopo averci sguazzato dentro si riscoprivano liberali, altri ancora che si facevano consiglieri di quello stesso principe fino al giorno prima sbertucciato, o che dopo aver proclamato chiaro e forte la fine della dicotomia destra-sinistra, forte e chiaro ne stabilivano ora l’irrimediabilità.

Era la sagra dell’ipocrisia, del falso e dell’ignoranza e ci vorrebbe un Balzac per darne conto. E’ che si erano rotti gli argini, arrivava la piena, ma c’era più melma che limo. In maggioranza veniva da Itaca, e questo è un altro dei motivi per cui non ci voglio tornare.

Rimango a Troia con Cardini

Fra gli interventi ospitati da Totalità, quello di Franco Cardini mi ha emozionato. Cerco sempre di tenere a bada l’età, ma mi accorgo che invecchiando il ciglio si fa comunque meno asciutto. Mi capita al cinema, se parlo in pubblico di un amico che non c’è più, se leggo articoli o libri in cui si rispecchia una parte della mia vita. Fra me e Cardini ci sono una decina d’anni o poco più, e quindi siamo vecchi tutti e due, ma quando lui ne aveva trenta ed era già più o meno in cattedra, io ne avevo venti ed ero un disgraziato senza arte né parte che voleva fare la rivoluzione e disprezzava gli intellettuali. In più Franco era cattolico e medievista, e io ero un ateo pagano (chi di ossimoro ferisce…) irrimediabilmente moderno nella mia imberbe antimodernità.

Per farla breve, mi sembrava uno dei tanti professori di cui era lastricata la via della cosiddetta destra universitaria, una via più trombonesca che aristocratica: era bravo certo, era colto, certo, ma era comunque un accademico, ovvero noia infinita al peggio, passione ben temperata al meglio.

Dieci anni dopo, lui ormai un brillante storico quarantenne e io un trentenne sempre appassionato di politica e sempre senza né arte né parte, facemmo conoscenza in un seminario di studi, Al di là della Destra e della sinistra. Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale, organizzato dalla Nuova destra, di cui facevo parte, in Veneto. Della categoria degli accademici sopra ricordata, Cardini era naturalmente del secondo tipo, ma per un ignorante e un estremista del pensiero quale allora io ero, più che un pregio questo era un difetto. Fosse stato un accademico scarso e palloso, non avrei neppure perso tempo a sfogliarlo; l’essere invece interessante e intelligente me ne rendeva imprescindibile la lettura, ma inconcepibile l’utilizzo. Detto in parole povere e stupide, a chi come me sognava la presa del potere culturale, che cosa serviva sapere tutto sulla cavalleria medievale?

In quei tre giorni di convegno Franco si presentò con un eskimo e un basco da guerrigliero, la barba e il fisico alla Hemingway. Tenne un intervento sui concetti di festa e di comunità che a distanza di trent’anni ancora ricordo. Era, al suo massimo livello, una lectio magistralis, una conversazione colta, una chiacchierata fra amici, un brindisi di compleanno, un’orazione funebre e una mozione degli affetti. Era, insomma, un racconto, l’affabulazione straordinaria intorno a un tema che si tramutava in storia e memoria, passato e presente, ricordo, rimpianto e promessa. Nel recuperare radici che a un pensiero distratto potevano apparire disseccate, Cardini le faceva brillare davanti agli occhi e ne rendeva comprensibile il senso, il significato, la contemporaneità.

Ecco, tutto questo semplicemente per dire che è per me un onore starmene fra le rovine di Troia in sua compagnia.

(di Stenio Solinas - fonte: www.totalita.it)

Nessun commento:

Posta un commento