sabato 17 luglio 2010

Nel Pdl è ora di separarsi


Il Pdl, come soggetto politico unitario, non esiste più. Prendiamone atto una buona volta, se non altro per rispetto verso gli elettori del centrodestra. Non ci sono in giro Talleyrand in grado di mettere pace tra i duellanti. Né si intravvedono spiragli di soluzione a una crisi profonda che erodendo perfino amicizie antiche e rapporti consolidati. Per quanti sforzi si facciano, ogni giorno si è costretti a tornare al punto di partenza. Insomma, sul Pdl è calato il sipario e tanto i protagonisti quanto i comprimari devono accettarlo, sia pure con dolore. L’accanimento terapeutico, in questo caso, è mostruoso. Ci si separi, dunque, nei modi e nelle forme che si riterranno opportune, e ognuno si assuma le doverose responsabilità imboccando la strada che ritiene più consona alla realizzazione delle proprie aspirazioni. La contesa è personale e politica. Tra Berlusconi e Fini non c’è più nulla. Immaginare di ricomporre un rapporto, magari soltanto per necessità, è pura illusione.

La divaricazione tra i due ha portato alla costituzione di due partiti sotto uno stesso tetto: è possibile che una situazione del genere possa durare ancora senza produrre ulteriori danni al governo e al Paese? Si sa che si ragiona, in diversi ambiti del Pdl, perfino contigui, sul dopo Berlusconi: se la prospettiva è quella di posizionarsi in vista dell’evento che segnerà il big bang della politica italiana, non vale forse la pena di trarre le naturali conclusioni derivanti dalla disarticolazione della maggioranza e cercare di portare avanti finché è possibile la legislatura misurandosi con i problemi sul tappeto, ma senza vincoli partitici che obbligano lealisti e dissidenti a estenuanti schermaglie che nauseano l’elettorato di centrodestra? Non è detto che i separati fuori casa debbano per forza guerreggiare. Possono trovare congrue convergenze su tanti provvedimenti e tenersi le mani libere su altri.

A prescindere dai numeri, credo che la vita dei gruppi parlamentari del Pdl risulterebbe qualitativamente migliore senza l’incubo dello scambio continuo, delle trattative incessanti, del pericolo dei trabocchetti. E, naturalmente, ognuno si organizzerà come riterrà più opportuno al proprio interno. Il tempo dirà se la separazione sarà stata proficua o meno. Certamente non ci farà più assistere allo spettacolo avvilente andato in scena in queste ultime settimane. Chi ha dei dubbi sulla bontà dell’operazione che ci permettiamo (non richiesti) di consigliare, guardi a ciò che è accaduto e accade in casa Pd. Si vuole ridurre il Pdl nelle stesse condizioni del partito di Bersani? Anche all’oscenità c’è un limite. E noi speriamo che il partito del Cavaliere, con tutte le sue componenti - ben ventitré - non lo superi. Se non altro per rispetto a chi ci ha creduto abbandonando la casa di provenienza per approdare in una palestra di rancori dove la politica non è entrata mai. Separarsi, comunque, non sempre vuol dire dirsi addio. Ci sono però momenti nella vita in cui stare insieme non è difficile, ma impossibile.

(di Gennaro Malgieri)

venerdì 16 luglio 2010

Quello del regalare gli eroi


Quello del regalare gli eroi agli altri è lo sport preferito della destra. Altrimenti non si capirebbe tutta questa fretta di buttare Roberto Saviano in quell’album lì, tra le figurine del pensiero dominante della sinistra, magari in compagnia di Daniele Luttazzi, cacca compresa. Passa sempre in automatico un’idea. E cioè che la lotta alla criminalità sia un tratto distintivo dell’essere di sinistra. Un riflesso condizionato sottaciuto e mai dichiarato convince tutti – quelli di destra, tra i primi – che, insomma, l’impegno contro la mafia sia una cosa da comunisti. Ancora peggio: una cosa da magistrati comunisti.

Tutto questo nel frattempo che mai, mai una volta, qualcuno abbia detto che perfino i due più potenti tra gli eroi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non corrispondevano al clichè cui ci siamo abituati per quieta obbedienza al pensiero dominante. Si potrà o no dire una volta per tutte che Falcone, appunto Falcone, da vivo era un socialista quando socialista significava Claudio Martelli, Bettino Craxi, Hammamet compresa? Si potrà o no dire e spiegare bene che Borsellino, appunto Borsellino, da vivo era un missino e che lo slogan “meglio vivere un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino” è mutuato da un motto stupendamente fascista? Falcone e Borsellino morti hanno dovuto subire l’aggiustamento delle loro biografie ed è quasi da querela – si rischia la querela, oggi – ricordare come al funerale di Beppe Alfano, giornalista, ammazzato dalla mafia, c’era solo la fiamma tricolore. Quello dell’andare a fare la guerra alla mafia era l’istinto primo di ogni militante della destra, Angelo Nicosia, un valoroso deputato – e Giampaolo Pansa se lo ricorderà – all’alba della nascente Repubblica si prese le prime coltellate quando cominciò a stanarli i mafiosi tra i rimasugli ereditati dall’amministrazione d’occupazione anglo-americana. Ancora ieri, con odio sbruffone, nella sua Castelvetrano, il Matteo Messina Denaro, che è ancora oggi latitante tra i latitanti, durante le campagne elettorali faceva sapere ai suoi: “Per i fascisti mai”. Brucia ancora il ricordo di Cesare Mori, il prefetto di ferro voluto da Benito Mussolini che fece fuoco e fiamme sulla viva carne della mafia, mas-sa-cran-do-la. Nel nome di Mori tanti scelsero magistratura, polizia, militanza politica, certo anche Saviano – nel nome di Mori – riconosce quella vena che a Destra faceva scegliere sempre e comunque lo Stato e non l’Anti-Stato, lo ha scritto tante volte ma, si sa, è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che a destra qualcuno si fermi a leggere, siamo fatti così noi di destra, ci nutriamo solo di comizi scritti. E mai una volta che si scriva un comizio che corrisponda alla verità delle cose perché – chissà – passa sempre questa idea che andare contro la Mafia è un vantaggio dato ai comunisti.

E così, di seguito, per li rami: ognuno che faccia il proprio dovere diventa, in automatico, uno di sinistra. Così vale per chi paga le tasse, per chi denuncia il pizzo, per chi sceglie le guardie e dice basta ai ladri. La stupidità congenita della destra, specie se dotata di microfono e di taccuino, è svelata in questo tic: regalare la battaglia di civiltà alla sinistra. La condanna della destra è tutta descritta in una scena: prendere le corna da terra – quelle degli evasori fiscali, quelle dei magnaccia, quelle degli assassini e quelle degli indifferenti – e mettersele in testa. E tutto questo mentre questo governo, con Roberto Maroni al Viminale, con decisioni sottoscritte da Silvio Berlusconi in persona, sta facendo piazza pulita della criminalità. Tutto questo mentre il mondo intero, con Gomorra sotto il braccio, trova in Roberto Saviano un esempio d’italiano mai visto fino ad oggi. Un italiano che non è, per come lo accusano da destra, un comunista con la barba di tre giorni ma, sempre che il termine non ci esponga alla querela, un patriota. Lui lo ha già scritto, lo ha già detto e lo ha già raccontato molte volte. Non c’è un angolo della vita di questo giovane scrittore che non sia stato svelato, anche al netto delle invidie e degli insulti. Furbizia compresa.E’ solo uno cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero, uno che è agli antipodi del fighetta, uno che non c’entra niente con tutti quelli che lo venerano, neppure con RaiTre che gli offre la tribuna, ma ancora meno c’entra con tutti quelli che vogliono togliere a lui e al suo libro i riflettori. Non c’entra con tutte le contumelie che gli lanciano addosso i suoi detrattori. Non assomiglia alle accuse che gli rivolgono, in una sola parola: tutto è tranne che un comunista. Tutto eccetto che un conformista, tutto fuorché un venerando somaro del pensiero dominante, sempre che si abbia la pazienza di leggerselo il suo pensiero, anche perché si rischia di perdersi ciò che può apparire balsamo alle meningi: come quando denuncia gli anni del saccheggio del centro-sinistra.

Ha solo la barba di tre giorni e poi – è vero – s’è nutrito alla fonte della grande letteratura maledetta: da Ezra Pound a Louis Ferdinand Celine. Però va avanti, è generoso, cerca negli altri quello che lui stesso ha assaporato: la libertà di pensarla sempre fuori da ogni schema. Può non piacere ma è un eroe. Avrebbe perfino pietas di Sandokan, il suo nemico, così come ebbe una sovrana ironia al processo, guardando in faccia tutta la feccia. Basta vederlo nell’interezza della sua fisicità. Si muove come in scena, mette in scena la romantica sovrapposizione dell’arte su tutto. E’ solo uno che sfida anche la sua stessa storia pur di fare l’unica rivoluzione necessaria: liberare il Sud dalla Mafia perché la Mafia c’è. E non è di destra. A meno che non si voglia farsela regalare. Giusto per fare a cambio con gli eroi.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

giovedì 15 luglio 2010

Ma cos'è questa crisi?


L’articolo Un paese senza politica, pubblicato da Ernesto Galli della Loggia su “Il Corriere” del 7 scorso e che ha scatenato una serie a catena di reazioni, di critiche e di polemiche, mi ricorda la lapide che campeggia nel bel mezzo del Piazzale Michelangelo a Firenze e ch’è dedicata a chi ideò quel luogo unico al mondo, l’architetto Giuseppe Poggi: “Guardatevi intorno: questo è il suo monumento”.

Mi sembra che si potrebbe dire esattamente lo stesso dell’Italia di oggi: e forse magari di tutta l’Europa e di tutto il cosiddetto “Occidente”, perche la crisi c’è, è in atto, e non è soltanto finanziaria e socioeconomica oppure occupazionale. Visto che va tanto di moda parlare d’identità e di valori, diciamolo chiaro: è crisi, appunto, d’identità e di valori: e in ciò il nostro paese è, una volta tanto, all’avanguardia. Peccato solo che lo sia in un campo nel quale, viceversa, meglio sarebbe essere il fanalino di coda. Ma tant’è.

La crisi investe in pieno anche le istituzioni sulle quali fino a ieri si poteva contare, come la scuola e la famiglia; i casi di corruzione pubblica e privata si moltiplicano, e lo stesso si può dire della violenza; non esiste più qualcosa (nemmeno il calcio, dopo il flop ai Mondiali) da cui ci si senta rappresentati. E’ arcivero. Eppure ha straragione anche Cacciari, quando osserva replicando (“IL Corrriere”, 8.7.) che siamo pieni di personaggi e d’iniziative importanti e che si deve pur cominciar a parlare delle cose positive. Quali sarebbero? Principalmente una, che però è tutta da inventare: e qui, sul “Corriere” dell’8, Cacciari ed io – senza esserci messi d’accordo prima – abbiamo risposto allo stesso modo. Bisogna “aprire una fase costituente”. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che il paese ha bisogno di un ri-costituente. Ma in che modo, in quali fasi, partendo da quali occasioni?

Cominciamo con il ricapitolare brevemente lo sfacelo nel quale ci troviamo. Proprio come nella lapide di Piazzale Michelangelo: guardiamoci intorno: questo è il monumento che ci siamo meritati, questa è l’Italia progressivamente costruita, o meglio distrutta, dalle generazioni grosso modo comprese fra i trentenni e i settantenni d’oggi, fra quella uscita dalla guerra e quella nata negli Anni Ottanta. Quelli nati prima, lasciamoli alla loro pensione con l’augurio di godersela (si fa per dire). A quelli di dopo, rivolgiamoci chiedendo perdono e incitandoli a far meglio di noi (lo dice un settantenne).

Quel che c’è, è il nostro monumento, pienamente meritato: ce lo siamo costruiti pezzo per pezzo. Dal ’45 ad oggi abbiamo lavorato – attraverso la ricostruzione postbellica, la “guerra fredda”, gli “anni di piombo”, il “riflusso”, “tangentopoli” e la “seconda repubblica imperfetta” – a distruggere sistematicamente, per quanto non in modo univoco e concorde, tutto quel che avevamo: cioè, appunto, l’identità e i valori, proprio le cose che ci mancano oggi e della mancanza delle quali andiamo di continuo alla ricerca dei responsabili.

Ma il punto è che gli italiani sono stati perfetti interpreti del Verbo moderno e occidentale fondato sulla distruzione nihilistica di tutto quel che non fosse affermazione dell’identità individuale e primato dell’economico e dell’utilitaristico: per lunghi anni, perfino lo studio e la cultura (“studia, ché ti fai una posizione…”) sono stati funzionalizzati anzi asserviti agli obiettivi dell’affermarsi individualmente, dell’esercitare diritti sempre più ampi (mettendo da parte il corrispettivo discorso dei doveri), nel guardare esclusivamente o comunque principalmente all’utile e al guadagno. La cultura? “E per che farne”? “A che serve”? Le tradizioni? Vecchiumi, orpelli, superstizioni. La solidarietà? “A queste cose, ci pensi lo stato” (ma al tempo stesso si evadevano le tasse). La morale? “Vietato vietare”; “il corpo è mio e lo gestisco io”. C’è da meravigliarsi se, con questi princìpi, abbiamo finito con il sentirci deboli e minacciati – noi, figli dell’opulenza e della società del benessere…- dagli extracomunitari che arrivano senza nulla, ma hanno la loro identità comunitaria, la loro religione, il loro senso della famiglia e della solidarietà: e abbiamo pensato che insidiassero la nostra identità, mentre altro non facevano, con la loro stessa presenza, che metterci davanti al nostro vuoto identitario autoprovocato?

La storia della società civile italiana somiglia all’apologo kantiano della colomba che, volando libera ma sentendo che l’aria le oppone resistenza, desidera un cielo senz’aria per librarsi senza fatica: e non sa che, in quel cielo vuoto, essa non solo non si sosterrebbe in volo, ma addirittura morrebbe. Abbiamo sostituito religione, patria, solidarietà, senso dello stato e dei doveri, con le “Isole dei Famosi”, i centri commerciali, i telefonini, lo “sballo” del sabato sera, il culto dell’avere, del possedere e dell’apparire anziche dell’essere, la schiavitu nei confronti dei capricci del proprio Ego alla liberta comunitaria ch’è fatta anzitutto di rispetto dei propri doveri e dei diritti altrui.

Ed ecco allora la validita della ricetta-Cacciari: “Cominciamo con il parlare delle cose positive”. Forse è vero che al peggio non c’e mai fondo: ma facciamo un atto di volontà forte, fingiamo di averlo davvero toccato. Quando si sbatte il sedere contro il fondo, c’è una sola cosa da fare: rimettersi in piedi. Acciaccati e doloranti, ma con la sensazione che ora si ricomincia e che questa sarà la volta buona.

Ci aspetta uno scorcio di legislatura, da ora al 2013. E ci aspetta un cambio della guardia, perché Berlusconi, nel bene e nel male, marcia verso gli ottant’anni ed è quindi al capolinea non della sua vita fisica (auguriamogli altri mille anni): ma di quella politica, sì. Il disagio che si registra di questi tempi del PdL, e che si riflette nell’incapacità propositiva e programmatica del Pd, si chiama anzitutto fine del berluskismo: se ne può pensare tutto il bene e/o tutto il male che vogliamo, ma il sistema del padre-padrone-padrino che pensa a tutto lui, che fa tutto lui, che dispone tutto lui, che compra-vende-comanda, è alle corde.

Abbiamo alcuni mesi di riflessione, da qui al ’13, per riorganizzarci le idee e per preparare nuovi quadri e nuovi strumenti. Se nel PdL sono sempre di più quelli che constatano che il partito-azienda non ha un domani e che il partito-plastica non serve a nulla, il succo di tutto è questo: che bisogna ricominciare a ridiscutere, re-imparare a stare insieme, riscoprire e rimodellare i valori desueti e costruirne di nuovi. Abbiamo bisogno di una riforma elettorale, perché il sistema del parlamento designato dalle segreterie ha abbassato la qualità dei nostri politici e ne ha accresciuto la corruttibilità; di un federalismo solidale, perché è inaccettabile un federalismo che distrugga l’Italia e mandi a remengo il Meridione; di una riforma fiscale che anziché fondarsi sui “tagli” riesca a battere l’evasione e restituisca non solo i redditi, ma anche i patrimoni alla loro necessaria funzione civica; di un nuovo patriottismo “italianista” ed “europeista”; di prospettive che ci aiutino a battere l’egoismo e a “risentirci popolo”; di una nuova primavera culturale che batta la TV-spazzatura, lo spettacolo-spazzatura, l’editoria-spazzatura; di un nuovo modo di far informazione mediatica, che per esempio ci restituisca la coscienza dei problemi sociali e di quelli di politica internazionale, scomparsi dalla nostra opinione pubblica.

Egoismo-individualismo, ignoranza-disinformazione, nichilismo-immoralismo: queste sono le nostre catene. Se ce ne liberiamo subito, è già tardi. Se indugiamo, siamo finiti.

(di Franco Cardini)

martedì 13 luglio 2010

Vespa fa il polpo di Stato

Verrà il giorno che Bruno Vespa scenderà in politica e avvolgerà in un solo ab­braccio governo e opposi­zione, l’eredità della prima e della seconda Repubbli­ca, fino alla monarchia e al­lo Stato pontificio; racco­glierà l’eredità di Berlusco­ni e della Dc, di Santa Ma­dre Chiesa e di Mamma Rai, di banchieri e cardina­li, di Letta e della Angiolillo. E sarà il successore di Napo­litano nel progetto di una Repubblica residenziale, fatta cioè in casa, come le ce­ne istituzionali fatte a casa sua, sotto la benedizione di Propaganda Fide, di cui è inquilino privilegia­to ma in regola. Finora la politica è salita da lui, nello studio di Por­ta a Porta o sulla rampa Mignanel­li, a piazza di Spagna. In futuro sa­rà lui a scendere in politica e a uni­ficare i poteri forti e i leader refrat­tari.

È la previsione che ha fatto tornan­do a casa dalla trasferta calcistica, il polpo Paolo, reduce dal trionfo mondiale del Sudafrica. Sì lui, il Polpo Italico, divinatore dei Mon­diali e orgoglio nazionale del no­stro Paese. Appena il Polpo profe­tico ha visto l’immagine di Bruno Vespa sulle prime pagine dei no­stri quotidiani, l’ha abbracciato senza esitazione, come si abbrac­cia un futuro vincitore o un paren­te stretto. Il dubbio, infatti, è che Bruno Vespa, oltre che futuro lea­der di questo Paese secondo il pro­nostico polpesco, sia anche pa­rente molto stretto della Bestia oracolare, di cui condivide modi, fattezze e sinuosità nei movimen­ti.

Che Bruno Vespa sia un polpo lo si capisce dal suo stile avvolgente e tentacolare, dalla sua capacità di piantare le ventose sulle sue prede, dalla sua fama di mollu­sco, dalle straordinarie doti adat­tative e dalla duttilità nell’aggira­re gli scogli e avvistare i pericoli; dal suo sapersi muovere nei fon­dali e negli anfratti della politica italiana con felpata maestria, dal­la sua intelligenza mimetica e dal­la sua propensione a trescare nel sommerso. Le sue stesse mani in­trecciate che tanto ispirano i suoi imitatori evocano i movimenti tentacolari del polpo. Quando Ve­spa sermoneggia in modo curia­le, mi ricorda Maria, colf del mio paese, che dice «da che pulpo vie­ne la predica».

Che sia parente stretto del Polpo più famoso del mondo, lo si capi­sce dalla sua notevole attitudine ai pronostici, seppur limitata al ra­mo politico, e poi dal suo affabile ghermire chi prevede che sia il vincente. Non sarebbe pensabile Bruno Vespa fuori dal servizio pubblico e dalle istituzioni, dai Pa­lazzi e dai Poteri. Morirebbe co­me un mollusco fuori dall’acqua. Vespa è il Polpo di Stato per anto­nomasia.

Che Bruno Vespa sial’unico esem­plare rimasto a rappresentare la continuità del nostro Paese, lo di­mostra anche la sua presenza eter­na in Rai. Non ce n’è uno che duri ancora e da così tanto tempo: tra­montò perfino Pippo Baudo, spa­rì Renzo Arbore, si eclissò Biagio Agnes, è da tempo in pensione Bernabei. Sopravvive nei fondali della Rai, ma sostenuto da suo fi­glio, il solo reduce Piero Angela, e poi più nessuno; ma sono fondi di magazzino, presenze marginali, quasi spiritiche. L’unico che resi­ste in piedi e con lo scettro, che ha visto nascere e morire decine di governi e direttori generali, consi­gli d’amministrazione e direttori di rete e di testata è lui, il Polpo di Stato, Bruno Vespa. Rispetto a lui, anche il direttore generale Masi è un modesto calamaro.

Credo che l’identificazione della Repubblica Italiana con il Polpo sia perfetta anche dal profilo sim­bolico. Il Polpo è l’espressione più compiuta dello spirito nazio­nale, perché sintetizza nel model­lo tentacolare il centralismo e il federalismo, il capoccione roma­no e le sue lunghe ramificazioni regionali. Ma il Polpo rappresen­ta bene anche l’Antistato, la crimi­nalità organizzata, la sua rete ten­tacolare, non a caso detto la Pio­vra o pulp connection . Il polpo, con i suoi molteplici tentacoli, è poi la rappresentazione visiva del­le larghe intese e dell’attaccamen­to con ventosa al potere; nel Pol­po si celebra la capacità di rime­stare nel torbido e di secernere li­quidi neri per disperdere le trac­ce, la sua dote trasformistica di cambiar colore e il suo mimeti­smo opportunistico. È coinvol­gente e sfuggente al tempo stesso, abbraccia e soffoca, e come abbia­mo visto, s’intende pure di calcio e azzarda pronostici, come la stra­grande maggioranza degli italia­ni. Ai mondiali abbiamo perso con i polpacci della Nazionale, ci siamo rifatti col Polpaccio nazio­nale. Lo utilizzeremo presto per predire chi vincerà a Sanremo, a Miss Italia e allo Strega. Di quel Polpo la migliore versione antro­pomorfa è Bruno Vespa. Gli può stare a fianco nel ruolo di seppia solo Gianni Letta.

Giustamente il Polpo Bruno ha escluso dalla sua cena costituen­te Fini, per un comprensibile fat­to personale: un polpo non può invitare a cena un cacciatore su­bacqueo, c’è incompatibilità di fi­ni e grave rischio. Il Polpo Bruno teme anche il Bossi, che non sop­porta casini, ha minacciato di con­gelarlo e poi mangiarselo in mon­tagna con la polenta taragna, sfre­gio supremo per un polpo di ma­re.

Suggeriamo a Piero Angela di im­bastire un documentario sulla vi­ta di Bruno Vespa: come si nutre, con chi si accoppia, come si ripro­duce, in quale clima prospera. E suggeriamo ai Padri della Patria, a cominciare dal capo dello Stato, di adottare il Polpo come simbolo e testimonial per i 150 anni del­l’Unità d’Italia.

(di Marcello Veneziani)

sabato 10 luglio 2010

Ma l'egemonia culturale è di Eco o della D'Addario?

Abecedario per intellettuali inutili che patiscono l’ege­monia di Umberto Eco e di Pa­trizia D’Addario. L’altro gior­no gli intellettuali organici, di­sorganici e inorganici hanno avuto una duplice lezione dai due suddetti personaggi. Pri­ma lezione. Alla Versiliana, do­ve si presentano libri e autori, era previsto l’incontro di un in­­tellettuale sul suo libro Amor fati . Il giorno prima è stato di­sdetto all’intellettuale l’incon­tro perché aveva dato improv­visa disponibilità, dietro paga­mento di cachet, Patrizia D’Ad­dario per presentare il suo te­sto erotico-politico. Ubi major ... Escort batte Intellet­tuale uno a zero.

Seconda lezio­ne. Il professor Umberto Eco scrive per la rinata Alfabeta un «alfabeto per intellettuali di­sorganici » in cui toglie a chi non è di sinistra pure il magro piacere di dirsi disorganico, scorretto e non allineato. E lo avoca a sé e ai suoi.

Buffone, dirà subito qualcu­no, associ Eco alla D’Adda­rio. No, allievo di Eco, semmai, che nel suo alfabeto paragona Bondi a Goebbels, offendendo ambedue e la verità. Eco insi­nua pure che Verdini sia un in­­tellettuale, col chiaro intento di diffamarlo. Ma dopo aver let­to il testo di Eco e dopo il sor­passo della escort che ha man­d­ato fuori strada un intellettua­le, ho avuto conferma dell’as­soluta inutilità dell’intellettua­le. Ministro Tremonti, ci tagli per favore.

Che dice Eco nel suo va­demecum per gl’intellettua­li? Dice che le invettive contro gli intellettuali vengono sem­pre da destra e mai da sinistra. Confermo. Superando la nau­s­ea di usare ancora queste cate­gorie del millennio scorso, os­servo: sì, a destra c’è il gusto dell’invettiva, a volte anche del teppismo intellettuale, lo ri­conosco. Ma a destra si critica, si attacca, si stronca perfino, un libro o un intellettuale orga­nico o potente. A sinistra inve­ce si censura, si ignora, si con­danna a morte civile. O, se è un traditore, lo si caccia e lo si sconfessa, destinandolo alla damnatio memoriae ; da Vitto­rini a Pansa, passando per una marea di casi. Quelli di destra avranno mille difetti, ma leggo­no e criticano gli intellettuali di sinistra. L’inverso non acca­de: la sinistra, intellettuale e politica, ignora e cancella i non conformi o quelli che giu­dica perdutamente «di de­stra ».

Dante era di destra, dice Eco, e sentitamente lo rin­grazio anche se mi ribello in cuor mio all’idea di ridurre un Grande a una parte. Ma non ca­pisco perché liquidare chi ama Pound facendone la caricatu­ra nella figura dello skinhead . O ritenere dissennato Evola che ha scritto opere possenti e fu apprezzato da giganti come Benn e Jünger, Croce, Eliade e Guénon; criticatelo finché vo­lete, non ne mancano i motivi, ma non era un demente.

Eco compie poi un terribile autogol. Scrive che «il vero intellettuale è colui che sa criti­care quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa». Be’, ho letto svariati attacchi e battute di Eco contro Berlusconi e la destra, ma non ricordo una sola sua critica «al­la propria parte». E la stessa co­sa vale per quasi tutti gli emi­nenti intellettuali della sua «parte». Allora domando: Eco si è dimesso da intellettuale ed è stato assunto come ufficio stampa del Partito?

Fa un grande passo avanti Eco quando riconosce che gli intellettuali esistono anche a destra e svolgono da reazio­nari e da conservatori una fun­zione critica. Non fa nomi, Eco, fedele al negazionismo di cui sopra; si limita a citare Galli della Loggia che né lui né quel­li di destra definirebbero di de­stra. Ma è già un bel passo avan­ti ri­conoscere perlomeno l’esi­stenza dell’Intellettuale Igno­to, reazionario e conservatore, riconoscerne lo spessore e la di­gnità, e ammettere pure che c’è un’insofferenza del potere nei suoi confronti.

Grillo Parlante è la definizio­ne di Intellettuale che più piace a Eco. Ridurre l’intellet­tuale al ruolo di ficcanaso mo­­lesto, come vuole Eco, signifi­ca farne una specie di difenso­re civico o di petulante beppe­grillo. Penso ai grandi intellet­tuali del passato e non mi sen­to di ridurre il loro ruolo a inset­ti pinocchieschi come il grillo parlante. No, l’intellettuale ve­ro è animato da passione di ve­rità, è un’intelligenza attiva, scava, indaga, studia, appas­siona e si appassiona, e a volte anche denuncia. Ma non si esaurisce allo sportello in dife­sa del consumatore.

Ho comunque una ragione­vole antipatia per la defini­zione di intellettuale.

Intellettuale può essere solo una generica definizione di base, ma poi ci vuole altro per capire veramente il suo ruolo. Un intellettuale va definito per quel che fa: scrittore, scienzia­to, insegnante, filosofo, ricer­catore, e via dicendo. Intellet­tuale è una basic definition che dice poco e nulla. Abolia­mola. L’Intellettuale disorga­nico per decenni è stata una fi­gura di destra, in polemica ri­spetto all’egemonia culturale degli intellettuali organici, alli­neati al Partito, Intellettuale Collettivo secondo la definizio­ne di Gramsci. L’intellettuale disorganico ama la solitudine, anche se può essere in sinto­nia profonda con una comuni­tà e una tradizione. Non pren­de ordini, non segue le tenden­ze, semmai le precede; non fa partito, conventicola o clan, non tresca e non si allinea.Tra­montato l’intellettuale organi­co, sono rimaste le mafie cultu­rali, le cricche intellettuali più o meno legate a poteri politici, mediatici e d’altro tipo. Profes­sor Eco, non può togliere alla già povera e sperduta destra pensante la sua aura disorgani­ca. Si tenga i suoi partiti intel­lettuali, i suoi intellettuali col­lettivi e i suoi giornali-partito e ci lasci il piacere della solitudi­ne.

La cultura di destra è ormai una diceria dei suoi avversa­ri per avere una figura retorica contro cui inveire, uno spaven­tapasseri per tenere lontani gli uccelli. O serve agli equilibri­sti, lo scrivevo giorni fa, come fantoccio di cartapesta da bru­ciare per attaccare la sinistra culturale senza sbilanciarsi a destra. La cultura di destra co­me sigla nacque e morì tren­tenne, alla fine del millennio scorso: la sua orbita fu tra il ’68 e la fine degli anni Novanta. Prima non se ne parlava. Alcu­ni suoi autori morirono con lei, altri le sopravvivono; alcu­ni grandeggiano addirittura, li­berati da quella cappa, figlia di un’era ideologica.

Ma devo chiudere brusca­mente a metà l’abeceda­rio perché ho avuto un vero in­cidente, di forte valore simboli­co. Dopo la presentazione di Amor fati , a Santa Severa, sta­vo passando per una porta di vetro ad apertura automatica; improvvisamente si è chiusa al mio passaggio, spaccando­mi la fronte. Insanguinato, ho avuto in quel momento la pre­cisa e violenta percezione del­l’inesistenza dell’intellettua­le, di cui non avvertono la pre­senza nemmeno le fotocellu­le. Un tempo ti aggredivano gli autonomi, oggi che domina la tecnica la violenza è automati­ca. L’effetto D’Addario, più di Eco, ha colpito nel segno, spac­cando non il fronte degli intel­lettuali ma la fronte di uno di essi. La prossima vita farò il cal­zolaio, così farò davvero l’«in­tellettuale dei miei stivali» co­me Craxi chiamò Galli della Loggia.

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 7 luglio 2010

Serve un patto a due tra Berlusconi e Fini


Capovolgere il giudizio negativo sul caso Brancher per arrivare a un patto di fine legislatura che rafforzi governo e Popolo della libertà e allontani ogni fantasticheria sul così detto terzo polo. Non è dato sapere se Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ci riusciranno, ma secondo un autorevole intellettuale di area finiana è la soluzione più ragionevole. Dice così Alessandro Campi, direttore scientifico della fondazione FareFuturo e della neonata Rivista di politica: “Sarebbe riduttivo interpretare le dimissioni di Brancher come un segno di debolezza, come una concessione di Berlusconi alla minoranza finiana”. Meglio leggere nella vicenda “la dimostrazione che il premier sa praticare l’arte della politica, capisce quando un errore eccita umori antipolitici che possono nuocere alla popolarità del governo”.

Per Campi il Cav. “dovrebbe esercitare l’arte del comando anche per dividere e depotenziare il fronte dei critici”. Esempio: “Se avesse detto d’aver ascoltato con interesse e attenzione i rilievi espressi dal procuratore capo dell’Antimafia Piero Grasso, che non è un pretore d’assalto antiberlusconiano; se avesse promesso di tenerne conto, nessuno avrebbe potuto parlare di un suo cedimento”. Lo stesso vale per i rapporti tra il Cav. e quelli che giocano allo sfascio. “Un vero cambio di passo si avrebbe se Berlusconi non assecondasse coloro che gli suggeriscono di mettere in riga i dissidenti, se scegliesse di assumere su di sé la responsabilità della mediazione, nobilitandola con un compromesso”. Un patto con Fini, in queste condizioni di fredda guerriglia quotidiana. “Quali sono le alternative – si domanda Campi – l’espulsione? La separazione consensuale? La nascita di un terzo polo?”. Soluzioni nefaste. “Al limite dell’impraticabilità, a volerle vagliare razionalmente. L’espulsione prevede una procedura complicatissima, qualcosa di simile alla procedura straordinaria con la quale il Pci cacciò il gruppo del manifesto; sarebbe strano in un partito liberale”. Per la separazione consensuale “è decisivo che non ci sia disponibilità da parte di Fini”.

Per Campi le conseguenze politiche sancite dalla fine del Pdl sarebbero fallimentari. “A parte la crisi della maggioranza, ci troveremmo di fronte alla fine della scommessa comune di Fini e di Berlusconi, al fallimento della scommessa bipolare su cui entrambi hanno investito per quindici anni”. Da qui discende l’ineffettualità dell’ipotesi terzopolista sulla quale la stampa va almanaccando in queste ore. Il consigliere di Fini al riguardo parla in modo cristallino: “Che significa il terzo polo? Un’operazione di Palazzo nella quale spezzoni partitici in cerca di ricollocazione si troverebbero insieme, ma con quale base progettuale?”. La scomposizione della maggioranza. “Come a dire il cuneo di un governo tecnico che fa gola ai restauratori del proporzionalismo”. Fini è il primo a doversene guardare. “Sarebbe la sua tomba politica, oltretutto darebbe corpo all’accusa di essere un semplice cospiratore, certificherebbe la veridicità della polemica complottista dei cattivi consiglieri del Cav.”.

Campi definisce il fantasma del terzo polo come “il partito dell’interregno dal quale Fini rischia di essere utilizzato e successivamente scaricato, trovandosi con spazi di manovra ridotti e scarso appeal politico”. Giacché “la partita per l’egemonia si deve giocare all’interno del Pdl, la cui vocazione maggioritaria non è mai stata smentita da Fini”. Né ai piedi del Cav. né contro il Cav. Urge però un contravveleno per il reciproco malanimo. Forse un patto personale, un accordo di gentilhommerie tra duellanti solidali: al primo il lieto fine sul Quirinale, al secondo una centralità riconoscibile nel partito unitario indipendente dalla dialettica maggioranza/minoranza. “Questo ci sarà, magari con un incontro vis-à-vis, penso a una pagina politica senza cronaca giornalistica, senza testimoni, né falchi né colombe, dopo aver entrambi richiamato all’ordine le seconde file”.

Fuori i secondi. “Compreso Gianni Letta”. Ma prima deve intervenire “un passaggio intermedio”, prosegue Campi. “Se è vero che il Pdl è nato per sopravvivere ai suoi fondatori, Berlusconi è chiamato a vincere la propria idiosincrasia per le correnti (pena il ritrovarsele moltiplicate all’esterno come associazioni una volta bandite dentro il Pdl), ad accettare la competizione, e in prospettiva perfino che un nuovo leader abbia linee strategiche differenti dalle sue, come Sarkozy rispetto a Chirac”. Lo stallo non giova a nessuno. “Penso che Berlusconi stia anche soffrendo le leggerezze e gli errori del suo gruppo dirigente: non è più quello del ’94, lui lo protegge perché non è un cinico e questo gli fa onore, ma certe ‘trasgressioni’ politiche si possono concedere soltanto al Cav., non ai sottoposti”.

(di Alessandro Giuli)

Ma la cultura non ha bisogno di un arbitro


La cultura di destra ha vinto lo «Strega» con Canale Mussolini, quindi smettetela di lagnarvi, anche perché nemmeno esistete. Questo in sintesi il rimprovero che l’altro giorno, ma anche l’altro mese, l’altro anno, Pierluigi Battista rivolge dal Corriere della Sera a una non meglio definita cultura di destra. Battista è uno dei rari superstiti a ragionare ancora di cultura di destra nel presente. Chi di quella cultura si è nutrito ed ha forse nutrito (...) con le sue opere, non ne parla più da anni. Già nell’epoca in cui se ne parlava, avvertiva che la cultura di destra è solo una prospettiva, ma non esaurisce certo gli orizzonti della cultura: ci sono i classici che sfuggono a queste classificazioni, ci sono idee e opere che attraversano quelle categorie, ci sono sensibilità, valori, biografie che non si possono iscrivere d’ufficio a un pensiero militante.

La prima vera distinzione è tra buona cultura e cultura scadente. L’ultima volta che mi occupai organicamente del tema fu in un libro che intitolai La cultura della destra, cosa ben diversa dalla cultura di destra; era un viaggio critico non nel piccolo mondo della destra culturale, ma fra le tracce di una sensibilità diffusa, una mentalità, un sentire e un pensare, animate da un amore della tradizione, della comunità, del senso religioso della vita. (Se non ricordo male Battista era tra i giurati del premio «Capalbio» che premiò quel libro). Non dunque una conventicola, un partitino di intellettuali, ma qualcosa di più vasto. Ma se di cultura di destra non parlano più coloro che ne furono considerati i portatori, in compenso c’è ancora chi campa da decenni sui giochini «cos’è di destra e cos’è di sinistra», e chi ha eretto tutta la sua credibilità nel mostrarsi virtuosamente equidistante dalla destra e dalla sinistra. A loro, terzisti, cerchiobottisti, equilibristi, serviva uno straccio di cultura di destra per poter criticare l’egemonia di sinistra, ma in modo bilanciato.

Ci sono tanti ballerini e trapezisti che camminano sul filo e nei loro articoli danno un colpo a sinistra e poi, state certi, il prossimo colpo è riservato alla destra. Ah, come sono perfettini. Non hanno mai espresso un’idea che sia una, mai suscitato un pensiero, hanno solo fatto i maestrini dell’equilibrismo, autocompiacendosi di questo ruolo super partes, di questa saggezza infusa e di questa autorevolezza che non derivava dallo spessore delle idee, ma dalla collocazione. Eh, io sono virtuoso, non sto né con quelli né con questi, io sono militesente, cioè esente da una cultura militante. Sicché il paradosso è che ora sono rimasti loro a ragionare ancora nei termini di cultura di destra e di sinistra. Senza quelle due categorie, come potrebbero diagnosticare la castro-enterite perdurante nella sinistra, e subito dopo identificare la cultura di destra nel ducismo? E mentre fingono di essere loro i moderni, i consapevoli, i posteri, rispetto a questi antichi gladiatori di destra e di sinistra, sono rimasti solo loro a usare queste categorie e a cibarsi, non dirò come sciacalletti e iene, di cui parlava Il Gattopardo, ma come guardalinee del pensiero. E a ripetere come vuvuzelas sempre la stessa cosa: la sinistra culturale è conformista e la destra culturale non esiste. Bene, se non esiste, non preoccupatevene, lasciateli vivere da morti.

So che costoro non ci perdonano di non aver seguito o preceduto Fini nel viaggio verso il nulla; un esodo verso il Terzo Regno che ha tra gli autori della sceneggiatura Paolo Mieli. Da qui l’opera costante di delegittimazione degli «intellettuali di destra», morti, invalidi, lagnosi. Se tu poni, ad esempio, il problema che pensare è oggi il vero atto osceno in luogo pubblico, che c’è muffa nella cultura contemporanea e assenza di grandi opere, che il nichilismo alla fine ha prodotto il nulla, e che perdute le idee sono rimaste le cricche, le mafie culturali, il traduttore simultaneo ti riduce tutto a una questione di vittimismo di destra ed egemonia di sinistra.

Non mi lascio prendere dall’amor di polemica né dalla certificazione d’inesistenza rilasciata dal Battista delle Pompe funebri. So distinguere. Continuo a ritenere Battista un bravo giornalista culturale, ad apprezzare e a condividere a volte alcune sue opinioni, come l’editoriale sulla nomina di Brancher; e a ritenerlo, magari a sua insaputa, un vecchio e perfino caro amico (lo stesso direi di Mieli); nonostante il disprezzo che esprime in modo allusivo. Certo, non mi aspetto che si addentri nei territori delle idee e del pensiero, che discuta di tradizioni filosofiche e di percorsi profondi. Lui è segnalinee e si limita ad alzare la bandierina e a segnalare i falli. Il primo tempo controlla sul versante destro, il secondo sul versante sinistro. Però eviti questi processi sommari, non riduca opere, pensieri, saggi, articoli solo alla lagna, che ci sarà pure stata e che personalmente ho sempre deprecato, ma qualche volta praticato. Certo, potrei raccontare 333 episodi reali accaduti di discriminazione, negazione dell’esistenza della destra (incluso il negazionismo di Battista), ma convengo che non bisogna mai lagnarsi.

E non capisco cosa c’entri il premio «Strega» a Pennacchi (meritato, mi pare, al di là dei maneggi mielosi). Pennacchi è un ex fascista che diventò poi comunista; dubito che sarebbe stato premiato se avesse avuto il percorso inverso. Il suo poi è un romanzo, mica un saggio culturale controcorrente. E lo sdoganamento di temi fascio-antifascisti non è una novità. Basti pensare a Pansa il quale, provenendo da sinistra, riuscì ad avere quel meritato successo editoriale. Comunque, se il premio a Pennacchi servirà in futuro a far cadere i divieti su un Buttafuoco, per fare un esempio recente, ne sarò ben lieto. Non per la cultura di destra, ma per il riconoscimento dei meriti e delle qualità a prescindere se l’autore sia «di destra». È quello il vero problema, caro Pigi, la qualità non viene riconosciuta, non solo a scuola o nei ministeri, ma anche nei giornali e nella cultura. Se poi traduci pure questa critica con lagna, allora tutti i tuoi articoli sono lagne alternate sulla destra e sulla sinistra.

(di Marcello Veneziani)

sabato 3 luglio 2010

Quale "purificazione" sarà mai possibile in Italia?


Alessandro Giuli, prendendo lo spunto dalla ristampa di un saggio di Luciano Lucci Chiarissi a vent’anni dalla sua morte (Il Foglio, 30 giugno), scrive un concetto che nessuno fino ad oggi aveva mai osato esporre: la necessità, per la nazione italiana, di doversi “purificare” del sangue dei vinti della guerra civile 1945-1945 e oltre, rifacendosi ad un ancestrale ricordo: l’aver chiamato gli ateniesi il sapiente Epimenide “affinché purificasse una città divenuta empia nel fratricidio”. E’ possibile, dunque, come scrive il vicedirettore, far che ciò accada nell’Italia del 2010: “risanare comunitariamente gli effetti della strage domestica (qualunque strage) per tornare cittadini della stessa polis, della stessa patria”? Appunto: “purificare”.

Mi pongo due domande. Se i tempi sono maturi perché questo sia possibile, e in che modo potrebbe essere possibile.
Sono trascorsi 65 anni da allora - diciamo tre generazioni? - eppure il passato continua a non passare. Per almeno un paio di motivi: il primo è che gli eredi ufficiali degli ex vinti hanno ammesso, per bocca dei loro legali rappresentanti, che “i vincitori avevano ragione” e che quindi gli sconfitti hanno fatto bene a venir sconfitti; il secondo è che gli eredi ufficiali del ex vincitori continuano considerarsi ancora il bene in Terra e quindi di non fare alcun passo in alcuna direzione. Dopo tutto quanto ormai si sa di quella lontana e tragica stagione, entrambe le posizioni appaiono incomprensibili, o meglio comprensibili soltanto alla luce di una ideologia che continua a prevalere su tutto e che ottenebra non solo il sentimento ma anche la ragione. Se ciò era comprensibile sino agli anni Sessanta, sino agli “anni di piombo” allorché le Brigate Rosse – è bene ricordarlo – presero le armi spesso loro consegnate da ex-partigiani per portare a termine una “Resistenza incompiuta”, per vendicare una “Resistenza tradita”, oggi il tutto sembra irragionevole.

Se ne sentono, se ne leggono e se ne vedono sintomi quotidiani. Ne cito alcuni delle ultime ore: su Indymedia si sono scatenate le iene che affermano, a proposito del povero Taricone, che “l’unico fascista buono è quello morto” e c’è chi scrive “di aver goduto come un porco” alla notizia; a Genova non si è potuto svolgere un convegno sulla sommossa del luglio 1960 per paura di disordini e ritorsioni da parte della sinistra extraparlamentare (ancora esiste): diciamo che è trascorso appena mezzo secolo da quegli avvenimenti; tra scrittori e critici letterari si sta scatenando in alcuni siti della Rete una polemica sulle opinioni del letterato di sinistra Andrea Cortellessa il quale per tacitare un suo critico che si cela dietro lo pseudonimo maoista di Wu Ming 1, non ha che tacciarlo di “fascista”, l’offesa definitiva che non ammette replica (e del resto, sempre su Indymedia non c’è stato or ora qualcuno che ha dato del fascista nientepopodimenoche a… Roberto Saviano?); dulcis in fundo la 74enne Dacia Maraini dalle colonne del Corriere della Sera (29 giugno) ha incitato i giovani a iscriversi all’Anpi perché “la resistenza non sia solo la memoria del passato ma pratica del presente”. E porta come prova un elenco di neo iscritti resistenziali Giuliano Montaldo (anni 80), Gustavo Zagrebelsky (anni 67), Margherita Hack (anni 88), Vincenzo Consolo (anni 77), Liliana Cavani (anni 77), Andrea Camilleri (anni 85), Mario Monicelli (anni 95), Lucio Villari (anni 77), Franca Rame (anni 81). C’è anche Dario Fo (anni 86), iscrittosi all’Anpi di certo per far dimenticare il suo passato di militare della Rsi. Dunque: resistere, resistere, resistere!

Se la situazione è questa come e quando potrà avvenire “il reciproco riconoscimento con il nemico” (scrive Giuli citando Luciano Lanna) o come, aggiunge il vicedirettore, sarà possibile “dare voce al sangue dei vinti abbracciando l’intero spettro delle ragioni dei contendenti”? Cosa pensino i superstiti familiari di quei numerosissimi vinti, lo ha raccontato Giampaolo Pansa nei suoi libri. E che essi siano ancora lì ad aspettare questa “purificazione” lo dice già il titolo del suo prossimo libro in uscita in autunno che sarà I vinti non dimenticano. La frase di Cesare Pavese citata da Lucci Chiarissi e ripresa da Giuli è quella famosissima e dimenticatissima: “Anche il vinto è qualcuno, dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare voce a questo sangue”. Ma “placare il sangue dei vinti” possono farlo solo ed esclusivamente i vincitori: i vinti, nei loro rappresentanti politici, dando ragione piena, assoluta, senza tentennamenti alle ragioni dei vincitori non lo hanno certo “placato”, né “dato voce”. Lo hanno puramente e semplicemente tradito, senza mostrare alcuna vergogna né ripensamento. Se la dovranno vedere con la loro coscienza, sempre che l’abbiano.

Come è dunque possibile – passo alla seconda domanda che mi sono posta – concretamente possibile questa “purificazione”? In una civiltà laica e secolarizzata come la nostra, che non è l’Atene del VI secolo a.C. quando si credeva negli dèi, nelle punizioni divine, nell’empietà, che si può fare se non un atto laico ma di grande simbolismo? E quale potrebbe mai essere? Potrebbe essere quello esplicitamente indicato nei giorni dopo lo scorso 25 aprile da Stefania Craxi, figlia di Bettino e sottosegretario dell’attuale governo, ma già invocato nel 2004 da Giampaolo Pansa in una intervista radiofonica al sottoscritto: nessuno se ne diede per inteso, silenzio assoluto, mentre per la Craxi sono piovute le invettive. E cioè: che una rappresentanza istituzionale il prossimo 25 aprile vada in quel di Piazzale Loreto, luogo della “macelleria messicana” come la definì Parri, e vi deponga una corona di fiori. Un atto di pietà umana, del riconoscimento degli orrori commessi dalla resistenza, un atto bestiale ascrivibile alla “lotta di liberazione”, non certo un “riconoscimento” o una “legittimazione” del fascismo, secondo quella che sarebbe un’ovvia accusa: questo le famiglie delle migliaia di caduti della Rsi, probabilmente nemmeno lo cercano.

I russi non hanno ammesso infine le colpe del massacro di Katyn? Di recente il neo premier britannico Cameron non ha ammesso le colpe della “domenica di sangue”? E non potrebbe il presidente della Repubblica Napolitano, ex comunista, e proprio per questo, avere il coraggio di concludere il suo settennato con un grande atto per cui passerebbe alla storia? Continuerò a difende la libertà anche dopo gli 85 anni, ha detto di recente. Deporre quella corona di fiori non sarebbe un atto di libertà anche nei confronti della sua stessa coscienza e a nome della coscienza della nazione tutta? Non sarebbe questo in fondo piccolo e semplice atto quel “risanare comunitariamente gli effetti della strage domestica per tornare cittadini della stessa polis, della stessa Patria”? Non chiediamo, anche se sarebbe opportuno, che il presidente della Repubblica sia accompagnato da tutte le altre tre alte cariche dello Stato, perché sicuramente una di esse, il presidente della Camera, per tener fede alle sue molte democratiche e definitive esternazioni, non accetterebbe. Risparmiamogli una figuraccia e magari una crisi istituzionale…

(di Gianfranco de Turris)